Artisti: Mariagrazia Colasanto
Valentino Robbio
Alessandra Peri
Michele Peri
A cura di: Tommaso Evangelista
Con uno scritto di: Mosè Previti
Visual: Luca Pop
Officina Solare Gallery
Via Marconi, 2, Termoli
INGRESSO LIBERO
20 Maggio/ 3 Giugno
18,30/20,00
Images in spite of all
Prendo a prestito il suggestivo titolo di un celebre saggio di Didi-Huberman dove il filosofo francese partendo da quattro fotogrammi che il membro di un Sonderkommando riesce a scattare nell’agosto del 1944 all’interno di Birkenau, nascosto nel Crematorio V, si interrogava sulla natura di tali immagini, tra frammentarietà del documento, necessità di ricostruzione storica e rischio di feticismo visivo. A conclusione l’autore arrivava a delineare il ruolo dello storico come di colui che deve riuscire a vincere la disorganicità dei documenti attraverso un processo di montaggio che dia spazio e respiro ad ogni testimonianza, proposito che deve scaturire da una forte istanza etica. Per questo, per raccogliere l’atto disperato del fotografo di Auschwitz, “noi dobbiamo […] imparare a maneggiare il dispositivo delle immagini, per sapere che farcene del nostro vedere e della nostra memoria. Dobbiamo imparare, insomma, a maneggiare lo scudo [di Perseo]: l’immagine-scudo”, l’immagine che Perseo ha il coraggio di guardare, “malgrado” il rischio di rimanere pietrificato. Osservare un’immagine non è mai un atto passivo ma lo diventa, suo malgrado, se la società dello spettacolo la frantuma dal suo contesto e la espone al voyeurismo collettivo. Privata di riferimenti e di contenuti, spesso manipolata ai fini della propaganda, anche la foto più cruda, come può essere quella della morte, non svolge più una funziona rammemoratrice bensì diventa puro mostrare. La riproduzione, poi, fa il resto. L’immagine moderna è oggi da una parte condizionata dal linguaggio, e pertanto incline alla metafora e satura di contenuti, dall’altra precede il senso linguistico delle cose, prescinde dall’espressione, si mostra come merce e pertanto appare svuotata di qualsiasi componente etica e morale. Con la svolta iconica, teorizzata da Goettfried Boehm, il nesso tra immagine e sapere, da sempre peculiarità del “luogo” dell’arte il quale, insieme alle immagini, creava anche le condizioni per la loro comprensione, viene a cadere. Ad un primato dell’immagine, quindi, non corrisponde spesse volte uno sguardo critico. Non fanno eccezione le immagini che documentano la morte del nemico. Dal Marat di David alla salma trivellata di colpi del Che lo scarto è notevole; ciò che in David era glorificazione dell’uomo politico attraverso la pittura che, in quanto arte speculativa permette, attraverso la sintesi, quello scarto dalla cruda drammaticità della morte alla consacrazione ideale, con la fotografia viene inesorabilmente a mancare. Mancando il filtro della “mano” che crea la figura, però, paradossalmente la fotografia acquista un potere di penetrazione ben maggiore. La morte (virtuale) è spettacolarizzata e commercializzata, entrando nell’industria dell’intrattenimento, e viene ad essere “consumata” acriticamente. La riproposizione del dramma diventa persuasione e la morte tragica può divenire anche spettacolo pop (vedi Andy Wahrol “Car Crash”).
Il testo di Previti, partendo dagli ultimi avvenimenti di cronaca, si focalizza proprio su tale punto, sull’esposizione della salma nella civiltà iconica. La foto della morte del nemico e/o dell’eroe diventa immagine, documento, ma anche distruzione della personalità o, per antitesi, sua glorificazione. La morte di Bin Laden, ucciso in un raid ad Abbottabad e poi gettato in mare da una portaerei, ha da subito avuto risonanza mondiale divenendo di fatto un avvenimento cruciale del nostro tempo. La scelta, poi, di non mostrare il cadavere non ha fatto che esaltare la sua fine. Il nemico, nella civiltà dell’immagine, deve morire due volte: prima sotto i colpi dei soldati e poi attraverso la presentazione del suo corpo morto. Se ciò non avviene il rischio è quello di passare “senza soluzione di continuità dal nemico pubblico numero uno ad una massa indistinta di nemici pronta a colpire ad ogni istante il suolo americano”. E forse è proprio quello che si cerca. In ogni caso la guerra continua, col suo carico di orribili immagini di distruzione e morte che aspettano appunto una regia e una storia per tornare a parlarci e non essere solamente viste ed immagazzinate. Persa ogni valenza etica, smarrita la figurazione che ci raccontava e istruiva sul mondo e veicolava valori, come reagisce l’arte contemporanea di fronte a tali eventi che hanno nell’immagine (mostrata o celata) il proprio punto chiave?
Mariagrazia Colasanto presenta tre inedite installazioni dalla forte carica simbolica. La prima, dal titolo “E’ fu preso”, è un’ironica riflessione sul ruolo di Bin Laden quale capro espiatorio e/o pedina in mano agli americani per giustificare una guerra. La scacchiera, che sa molto di duchampiano, rimanda per traslato alle innumerevoli strategie attuate in questo conflitto dove il nemico-re sembrava contare più di tutto, più delle innumerevoli pedine (volutamente assenti) impiegate per stanarlo. I destini si incrociano e la Morte, come nel film di Bergman, si diverte a giocare con le sorti dell’umanità. “White blood” presenta tre elementi, un calco in garze di gesso mediche al centro e ai lati due figure a collage. L’opera, che ripropone quasi, come engramma, la ripartizione di un trittico si dimostra non priva di spunti simbolici. Il sangue bianco è quello innocente dei tanti civili periti nel conflitto; la medicalizzazione dell’individuo, ridotto a sofferenza, è veicolata invece dalle garze; le schiene degli individui che richiamano il detto “colpire alle spalle” infine ci parlano dell’impotenza e della rassegnazione. Un’atmosfera rarefatta di meditazione pervade comunque l’opera ed è data da un particolare artificio retorico rintracciabile in tutta la storia dell’arte: la figura di spalle. La figura che non mostra il volto, e che sembra guardare, come noi, dentro un quadro o verso un orizzonte immaginato, stimola per emulazione, il nostro interrogarci su cosa stia osservando o su cosa stia pensando e ciò ci porta, di forza, dentro l’idea dell’artista. A quel punto siamo noi a “prenderci sulle spalle” (nel senso di avere responsabilità) il suo dolore che diventa anche nostro. “Mortuary icon”, invece, fa leva appunto sul nemico inteso come icona. Applicata su un’invisibile lapide l’immagine di Bin Laden, dalla spiccata carica “pop”, viene ad essere circondata da molti teschi, quasi delle spettrali maschere di Halloween, che si riferiscono ai morti procurati da tutte e due le sponde. L’immaginario americano si scontra col volto del nemico, il risultato è una surreale composizione che ricorda molto quelle che si realizzano in Messico per il Dia de los Muertos dove la morte, appunto, esorcizzata, si maschera di ironia e ambiguità.
Anche Valentino Robbio si presenta con tre installazioni inedite. La prima è composta da un tubo di plexiglass, piantato in un vaso di terra, riempito con le foto dei volti delle vittime dell’attentato alle Torri Gemelle. Il riferimento ai visi, inseriti in un elemento geometrico che lontanamente ricorda la forma dei grattacieli ma che può benissimamente ricordare anche la canna di un cannone, spiazza per quella sorta di moltiplicazione dell’individuo ridotto a martire. Spiazzante e sentita preghiera, minimale come un monumento ai caduti ma forte come un’accusa. La seconda presenta una cuccia con dei cagnolini giocattolo ed è un’ironica riflessione sull’indottrinamento delle reclude di al-Quaida, spesso nascoste in caverne-ricoveri, come bestie appunto, ma omologate questa volta in nome delle fede. La terza installazione, infine, è giocata su un manichino vestito con fogge arabe, con un burqua e un rosario musulmano (Tasbeeh). La contemplazione del momento della preghiera (che avviene ripetendo molte volte determinati versetti) e la distanza che ci separa dalla figura inanimata conduce ad una riflessione sull’altro, al tentativo di un rapporto di comprensione-apprensione che può anche turbare se avviene in un’ottica occidentale-centrica. Il nemico allora ci sentiamo noi.
Gli scatti di Alessandra Peri giocano invece sul perturbante. Il trittico, “Cannibal love”, si svolge attraverso una narrazione sospesa che ci racconta una storia realmente avvenuta o frutto del sogno. Un interno borghese, due figure vestite “da sera”, un morto e una donna dall’aspetto androgino che, più che ergersi come assassino, appare quasi come un doppio. La morte entra nell’ottica dello spaventoso e quel silenzio normale e inquietante, lynciano direi, non fa altro che amplificare l’assenza della “persona” e la presenza del suo involucro che ci appare, appunto, solamente quale immagine, eidola, fantasma. L’altra fotografia, invece, è giocata sull’alterazione delle cromie e la loro solarizzazione; l’ambiente, il binario di una ferrovia, diventa paranoico e allucinato come anche la figura distesa, dal vestito trattato come un quadro di Pollock, della quale ci sfugge il racconto. Non si comprende se morte o momento di pausa e di riposo, l’attimo colto ci porta ad interrogarci sul destino di un’immagine della quale ci sfuggono i contorni e che perciò ci appare ancor più nascosta e cruda.
Infine, quasi un momento di muta e minimale poesia intorno a questo frastuono di immagini del “non detto”, l’opera di Michele Peri, nella sua semplicità, ci riporta alla contemplazione e alla riflessione intima e personale. Realizzata il giorno stesso dell’attacco alle Torri Gemelle presenta su un “libro della vita” (o Libro dei morti) una macchia di sangue a simboleggiare il sacrificio e un piede a sottolineare la deflagrazione. Questo piede-calamaio, però, accoglie un pennello, metafora dell’arte e dell’artista capace di vincere il male grazie alla forza del pensiero.
Tommaso Evangelista
Images in spite of all
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