
IRDFDC su Italian Embassy
Con Il Rumore del Fiore di Carta, assieme alle attività spinte da Movoloco, Campobasso e il Molise piantano la loro bandiera nel corpo dell’Italia indipendente già da quasi dieci anni. I Duemila attraversati da ciò che resta del post-rock, e i tentativi -abbastanza riusciti- di superarlo con “Lesson 3″, uscito il 21 marzo autoprodotto.
Il sottotitolo recita “How to live without senses” e ciò contrasta con l’alto tasso di emotività sprigionata dai suoni del quintetto, esplicitamente uno «scontro/incontro tra delicatezza e rumore, tra digitale e analogico,tra luce ed ombra. In una continua danza di opposti». IRdFdC parlano di «fiaba post-romantica» e giustamente evocano la connessione con un viaggio senza soste. E senza l’oste.
L’inizio morbido di Damaged robots (in a camomilla bar) presuppone un basso efficace: presto il brano incespica nella stesura consueta ma lo fa con garbo e intelligenza, quasi una noncuranza del canovaccio, pennate discrete e brevi, insomma eleganza e delicatezza spaziale mentre tutto attorno turbina. Infatti verso la fine un lampo scompone il ménage e le chitarre si imbizzarriscono. Part-time superhero era già stata piazzata entro la compila americana di A Silent Ballet per il pugno di ferro in guanto di velluto, pianoforte padrone, malinconia emotiva e passo felpato: un’ordinaria versione postrock del Clayderman di Tg L’una, Stephen Schlacks in dialogo catodico col più nobile Max Richter, quando il flicorno di Alessandro Mastrocola annuncia la colonna sonora de-morriconizzata. Sono ancora gli ottoni a geoposizionare Minigolf striker, che in pratica parte molto tardi nelle dinamiche già note (accumulo, deflagrazione, rilascio) ma intanto si avvita sulle note indolenti della tromba, una matrice tortoisiana che fa sicuramente piacere! Last dog in a talk-show è interlocutoria ma con un buon giro armonico, piuttosto Gold medals for rent -al Pasto di Varsavia in via San Donato a Genova ho rivisto il peluche di Misha e il concetto della svendita di medaglie sale in testa con una certa facilità- parte male con odiosi beat/glitch di plastica da tastiera Bontempi delle elementari, il decorso è nella norma della post-noia o un filo sotto. Peccato. Detto da un “pianofilo” come me, in Music for vegan vampires la tastiera ha fin troppo credito nell’interpretazione delle tracce: migliora la ritmica rispetto all’improponibilità del brano appena precedente ma il costrutto dei loop torna a colpire i recettori emotivi per forza propria, nonostante una lunghezza esagerata anche per i già lassi canoni codificati del genere. E come spesso accade al Fiore di Carta sono le parti verso i finali a risultare più interessanti, in quanto a scosse. Più luci che ombre, comunque, considerato che The blind cosmonaut under the sea si regge sulle varie tonalità dei tasti bianchi e neri, “minacciando” di creare un precedente: il fall-out è qui, oltre i titoli di coda neoclassici, al di là dello spleen.
…
Il Rumore del Fiore di Carta – “Damaged robots (in a camomilla bar)”
anteprima assoluta per Italian Embassy
…
source: http://www.italianembassy.it/il-rumore-del-fiore-di-carta-heartbeat/#more-7176



