
“Il grande poeta, mentre scrive se stesso, scrive il suo tempo“. Queste parole di Thomas Stearns Eliot, premio Nobel per la letteratura nel 1948, sembrano descrivere alla perfezione il cammino artistico di un cantautore unico nel suo genere, menestrello ed interprete di questo tempo, di “un’Italietta” allo sbando e con pochi riferimenti culturali degni di tal nome. Federico Salvatore, ieri sera in scena al Teatro Delle Palme con lo spettacolo “Fare il napoletano… stanca”, dal titolo dell’omonimo cd, ha dimostrato, tornando alla ribalta nella sua città, di essere un uomo di cultura a trecentosessanta gradi, capace di coniugare come pochi la risata e l’intelligenza, quella con le radici che affondano nella Napoli vera, quella delle eccellenze non sempre riconosciute a livello mondiale e del sapere.
Teatro canzone allo stato puro, portato avanti da Federico Salvatore per oltre due ore e mezza, con il “supporto” di Luigi Zaccheo alla tastiera, di Menotti Minervini al basso e al contrabbasso, di Giacomo Anselmi alla chitarra e di Daniele Iacono alla batteria, i quali hanno dato vita ad uno show sensazionale in un teatro quasi completamente pieno.
L’inizio è di quelli con il botto, con Fare il napoletano… stanca e Numeri innumerevoli, “lanciati in pasto” ad un pubblico che da anni attendeva il ritorno del “cantattore”, seguiti da una cover d’eccezione, Il pescatore di Fabrizio De Andrè, introdotta da queste parole: “Per questa ho chiesto la penna ad un vero poeta”.
Tra una filastrocca ed una poesia, Federico ha proposto alla platea del Delle Palme alcuni brani contenuti nei suoi album precedenti, come L’osceno del Villaggio, Lo spaventapasseri, Trenta lire o Funeral Tango, mentre il pubblico, sbalordito nel vedere la “metamorfosi a metà” di colui che un tempo veniva trasmesso in Tv solo per far ridere senza pensare (sebbene al di là della barricata i suoi lavori mostravano già evidentemente che si trattava di un autore completo), era in estasi per l’acume delle sue parole.

Un artista in grado di citare Baudelaire, Goethe, Shakespeare e Dante tra una battuta e l’altra non può che essere un grande artista. “Sei il nostro De Andrè”, qualcuno gli ha gridato dalla sala, poco dopo un brevissimo omaggio ad un altro dei grandi della canzone italiana, quel Giorgio Gaber ricordato con due toccanti versi di Qualcuno era comunista.
Ma il picco della serata si è manifestato poco prima della fine, quando Federico Salvatore, accompagnato da Giacomo Anselmi, si è esibito in Se io fossi San Gennaro. I suoi occhi, la sua voce, la sua mimica, rendevano chiara l’idea che stesse interpretando un brano diverso dagli altri, scritto e cantato con il cuore e con la coscienza da un uomo consapevole della storia gloriosa della città, calpestata e mortificata ogni giorno. Alcuni minuti di applausi, pubblico in piedi e brivido in sala. Un napoletano che colpisce al cuore dei suoi concittadini: non proprio scene che si vedono tutti i giorni.
E così, dopo che il pubblico ha compreso pienamente di aver assistito ad un concerto “di Serie A”, che il cantautore ha impreziosito con due perle come Homo sapiens e Il totano e la cozza, Federico ha congedato tutti a suo vecchio modo, offrendo un amarcord assai gradito, con Ninna nanna, Vayass rap e Azz, le note cioè che lo imposero all’attenzione del pubblico nazionale ai tempi del Maurizio Costanzo “Shock”, come ribattezzato ieri sera.
Federico Salvatore si è trasformato?
No. Continua infatti a far ridere, con intelligenza, ma riesce anche a far pensare, come faceva già quindici anni fa (Vennimm’ ammore ne è l’esempio lampante).
E’ soltanto diventato meno audience e più sapiens, vi risponderebbe lui. Assoluta verità.
