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Testimone di un dramma: Il reporter molisano Nicola Lanese nel Sahara occidentale

Published On 27 ott 2009 By movoloco. Tags: nicola lanese  

“E’ un popolo molto dignitoso, manca l’essenziale, ma loro dicono di avere tutto”

di Charles N. Papa

RIPALIMOSANI – Quando la cronaca è lo specchio fedele della realtà, seppure cruenta, come quella del popolo saharawi. Nel Sahara occidentale da oltre 30 anni, sotto il dominio del Marocco, che invase il territorio appena dopo il ritiro della colonia spagnola. Di ritorno dopo 13 giorni passati al confine con il muro che divide il Sahara, Nicola Lanese, fotografo freelance, è il primo reporter che arriva così vicino alla vergogna che l’invasore, il Marocco, ha costruito per dividere la terra più redditizia da quella più povera e, di conseguenza, tenere nella miseria la popolazione che lì vive. Incontriamo Nicola per farci raccontare le sue impressioni:

Quali le tue prime impressioni al ritorno in Italia?
“Che qui viviamo col superfluo, con cose inutili”.
Il muro di Berlino fu abbattuto nel 1989. Era lungo più di 155 km
“Invece questa imponente vergogna, lunga 2.700 km, è stata eretta nel 1980 ed ha cancellato, con un colpo solo, dignità ad una popolazione che, nella sua terra, con un suo Presidente, una sua Costituzione, non ha alcun diritto”.

Come vivono i Saharawi?
“In villaggi dove non c’è nulla. Senza corrente, acqua, in capanne fatte di sabbia. Ma la loro dignità fa dire che hanno tutto e che non manca niente”.

E’ una comunità numerosa?
“Sono circa 400mila,la metà vive nei territori occupati”.

Il tuo modo di vivere, l’approccio al quotidiano occidentale è mutato?
“Beh diciamo che ora vedo le cose da un’altra angolazione, sicuramente le apprezzo di più. Dopo aver mangiato carne dai cammello, dopo aver pranzato tutti assieme e tutti dalla stessa ciotola, con le mani, dopo aver bevuto acqua bollente per dissetarsi, dopo non essermi lavato per oltre cinque giorni, direi che ho tutte le informazioni e le esperienze per poter capire un pò di più, il nostro mondo”.

Il tuo reportage assume un altro valore importante. Sei il primo reporter occidentale ad arrivare così vicino al muro…
“E’vero. Sono soddisfatto di questo, perchè voglio far arrivare a tutti questa vergogna. Un muro che è lì, con l’avallo dell’Onu, che presidia la zona da 19 anni in attesa del referendum che dovrebbe cambiare la vita degli oppressi. E tutto ciò ha un costo, giornaliero, che paga la Comunità Europea. La sede Onu da par suo, ha tutti i comfort, aria condizionata, acqua calda e fredda e tutto ciò che rende lieta la permanenza”.

Come a dire che l’Onu è in vacanza nel Sahara.
“Da quasi vent’anni solo per osservare quel che accade”.

Hai avuto momenti di pericolo?
“Più d’uno. In particolare uno però lo ricordo perchè è stata solo una coincidenza che abbia chiesto ad un militare della scorta che era con me, ne avevo cinque, cosa fosse l’oggetto che volevo fotografare. Mi ha bloccato senza mezzi termini dicendomi di non muovermi perchè quella era una mina antiuomo”.

Hai parlato con i saharawi? Di cosa?
“Ho parlato con molti di loro. Con uno in particolare però, più a lungo. Ci ha detto che il suo aguzzino, di cui aveva in mano una foto, ha torturato lui e tutta la sua famiglia, davanti ai suoi occhi. Il racconto, con troppi particolari raccapriccianti, ha commosso anche l’interprete che era con me. Io sono senza parole, non riesco a comprendere come nel 2009, avvengano fatti di questi genere e nessuno faccia nulla, nel mondo”.

L’intervista si conclude con mille altri particolari che nessuno vorrebbe udire. Sconcerta tutti, ovvio, come questa guerra (una della tante dimenticate), duri da tanti anni, sia così cruenta, e sia avvallata dall’Onu e dalle Cee.
Lo sconcerto finale è che nessuno, nel globo, faccia qualcosa per porre fine al peggio.

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