Parla Mimmo Fasano, ad un passo dalla popolarità con gli Europe e Carlo Verdone
di Charles N. Papa
ROMA – Spesso i sogni si realizzano. A volte si raggiunge l’obiettivo prefissato. In pochi diventano star. Negli anni ‘80 non esistevano reality di alcun genere a scoprire nuovi talenti. In quegli anni era davvero complicato arrivare al popolo. Oggi, inutile dirlo, è tutto più facile e immediato. Certo questo aiuta i talentuosi, ma anche chi di artistico, nulla ha. Ma noi oggi, parliamo di Mimmo Fasano, affermato architetto molisano, trapiantato a Roma dai tempi dell’università con un passato che ha rasentato la popolarità nazionale. Un passato quasi da rockstar con un gruppo che, prima dell’avvvento di Joey Tempest, si chiamava Europe. E’ una bella storia, finita solo per una mancata distribuzione di un album (e non cd) di pregevole fattura. Un buon disco di rock con propaggini prog, che poteva essere un successo, non foss’altro per la promozione adeguata che si era fatta. Ma andiamo con ordine, parliamo con Mimmo Fasano al telefono:
Una (piccola) storia di chitarre
Gli inizi
Autodidatta, cominciai ad avere le prime esperienze nei primi anni ’70 con il Gifra Group (della parrocchia dei cappuccini), un cosiddetto “complesso” che all’epoca era molto attivo e organizzato, dotato di una strumentazione completa e molto buona per l’epoca, con tanti bravi musicisti (ricordo Giovanni, Tommaso, Roberto, Marzio e tanti altri, con Piero “manager” del gruppo). Capitai in un momento in cui c’era bisogno di un ricambio ed io, alle prime armi, ebbi per la prima volta l’opportunità di utilizzare una chitarra elettrica che, rispetto alla Crucianelli che avevo a casa, era per me il top.
Oddio, si trattava di una appena discreta Eko rossa, se ricordo bene, l’anello debole della strumentazione del gruppo che per il resto aveva l’Hammond col Leslie, il Precision Bass Fender e la batteria Ludwig, insomma il top per l’epoca…Comunque per gli effetti avevo a disposizione un mitico “eco Binson” (purtroppo arrivato a me supersfruttato e quasi al collasso) e un fuzz, che consentivano di raggiungere sonorità psichedeliche (Pink Floyd, ad es.).
Comunque, col tempo e dopo molte prove con Mario, Pierluigi, Carletto e successivamente Bruno, il nostro divenne un gruppo molto apprezzato nelle esibizioni dal vivo dove suonavamo cover che spaziavano tranquillamente dall’hard rock al pop (Deep Purple, Led Zeppelin, Santana, Pink Floyd, Battisti, PFM, ecc.).
Come si imparava a suonare allora
Io allora imparavo i pezzi restando caparbiamente incollato per ore al mangiacassette (della cuffia manco a parlarne…) cercando di capire gli accordi e riprodurre nota per nota gli assoli che mi interessavano. I risultati più o meno arrivavano, ma quanto tempo e quanta fatica!
In ogni caso così imparai ad improvvisare, o meglio, a “svisare”, un po’ scopiazzando quello che riuscivo a sentire un po’ mettendoci del mio…
Ecco, allora si lavorava molto di fantasia, immaginando le mani del chitarrista preferito che scorrevano lungo la tastiera (non c’erano videoclip o concerti da vedere); io andavo a guardare addirittura le foto all’interno degli album o le poche riviste di musica per vedere come si impugnava il plettro o come si tirava la corda…Oppure guardavo da vicino come suonavano quelli più grandi e più bravi di me, come Giacomo o Tito…
Nel dubbio cosa fosse meglio fare, imparai a suonare sia con il plettro sia con le dita con la tecnica del fingerpicking (ma che si chiamasse così l’ho saputo molti anni dopo!).
Come e chi suonava a Campobasso negli anni ‘70
In quegli anni, per quello che ricordo io, ci conoscevamo un po’ tutti quelli che suonavano, diciamo ad un certo livello, il rock con accenni di progressive. Ricordo tutti con affetto (non faccio nomi per non dimenticarne nessuno), anche perché non eravamo molti ed eravamo campobassocentrici, non avevamo idea di come si suonasse fuori del Molise. Per dire, al massimo sapevo che esisteva un bravo chitarrista ad Isernia e basta, il mondo finiva lì! Concerti di artisti importanti zero…Ricordo che si parlava ancora di un gruppo mitico di Campobasso che io non ho mai visto all’opera, i Devils se non sbaglio, che era riuscito a incidere “addirittura” un 45 giri (“Riflessa”), un pezzo melodico da mattonella! Non c’era altro, non c’erano professionisti (a parte Bongusto…). Insomma si suonava in provincia ma devo dire che ci si divertiva tantissimo suonando quasi esclusivamente cover. Parlare di concerti era una parola grossa, diciamo che si facevano feste di piazza con il clou della stagione rappresentato dai faticosissimi e affollati veglioni (4/5 ore e più di musica! Finivamo intronati e con le dita doloranti!); tra il ‘73 e il ‘75 eravamo sostanzialmente tre gruppi a dividerci le serate: Gifra, POA e Ipotesi.
Paragone con la situazione attuale
Oggi è certamente più facile (e dico per fortuna!) per un giovane musicista imparare a suonare, con tante opportunità in più rispetto al passato (scuole di musica, metodi multimediali, concerti, internet, ecc.). Avere una buona strumentazione non è più un problema, così come non è più penalizzante come in passato risiedere in provincia, essendo più facile sentire e vedere quello che succede a livello musicale nel mondo, aggiornarsi e crescere, allo stesso modo di chi risiede in una grande città. Il livello è mediamente elevato, si matura più in fretta ed infatti si passa velocemente dalle cover alle musiche originali. Ecco, questa mi sembra la differenza più evidente e positiva: a Campobasso nel ’70 si eseguivano quasi esclusivamente cover, con pochissime eccezioni di pezzi originali che non hanno avuto particolari riscontri, mentre ora ci sono tanti gruppi di giovanissimi che propongono subito un progetto musicale e soprattutto si muovono, si confrontano con altri gruppi anche fuori dai confini molisani.
Inoltre, se suonano cover, lo fanno proponendo versioni particolari, comunque diverse dagli originali, esattamente il contrario del nostro approccio che consisteva nel riprodurre più fedelmente possibile quello che ascoltavamo. Non saprei dire però qual è il modo migliore…
1974/75 – Università
Nel ‘74 iniziai l’università a Roma (architettura) e comprai la mia prima chitarra elettrica, una copia della Gibson Les Paul, una Ibanez molto bella, il suono un po’ meno. Per pagarmela lasciai il gruppo Gifra e cominciai a fare il “mercenario” collaborando con l’Ipotesi suonando nelle piazze. Intanto a Roma sentivo per la prima volta musica di alto livello dal vivo. Si trattava di gruppi come il Banco, Pfm, Santana, Area, Perigeo, Van Der Graft, e tanti altri più o meno conosciuti, che, visti da vicino, facevano veramente paura: capacità mostruose e attrezzature mai viste né tantomeno sentite prima!!
1977 – Les Paul
Nel ‘77 cambiai la chitarra-copia (+ conguaglio in contanti) con una vera Gibson Les Paul Custom usata e parzialmente sverniciata maldestramente dal vecchio proprietario. Ma ne valeva la pena, la sistemai da solo riverniciandola e quella chitarra mi fece fare un salto di qualità. Tra l’altro il suo acquisto coincise con il mio primo contatto con la musica della capitale…
1978/80
Conobbi casualmente Joe de Luca, giovanissimo batterista di Caserta, il quale mi presentò a Stefano Urso, bassista del Rovescio della Medaglia, gruppo rock all’epoca piuttosto conosciuto che aveva fatto diversi album per poi sciogliersi pochi anni prima.
Stefano, figura chiave di quel gruppo e musicista allora molto conosciuto a Roma soprattutto per le sue doti tecniche, voleva fondare un nuovo gruppo dal nome Europe e aveva già alcuni pezzi pronti e molte idee. Feci un provino suonando sulla classica un ragtime che lo convinse a prendermi nel gruppo. Per mesi provammo in trio più un cantante, perfezionando gli arrangiamenti e lavorando molto sulle voci (i riferimenti erano i Queen), comunque divertendoci molto e suonando a volumi assurdi (lì ho lasciato buona parte del mio udito!). Una cosa però non mi garbava molto: i testi erano in inglese.
Intanto cercavamo un tastierista, indispensabile per quei pezzi. Ne sentimmo tanti. Ricordo che una volta mi capitò fare un provino con un giovanissimo Danilo Rea (si, proprio lui), che alla fine disse gentilmente di non essere interessato a far parte di un gruppo, nel caso potevamo chiamarlo al momento di andare in sala registrazione…non se ne fece ovviamente nulla.
Mi venne allora in mente di chiamare Pierluigi Armagno, ex GifraGroup, con il quale facemmo diverse prove fino a quando lui dovette rinunciare causa servizio militare.
Alla fine trovammo un tastierista di Roma, Marco Colucci, e un produttore, Marco Marati, grazie al quale registrammo un primo pezzo, “Someday”, con il quale nel 1980 facemmo la prima apparizione televisiva in uno spettacolo del sabato sera con Nadia Cassini.
Comunque devo dire che per me la cosa più importante in quel periodo era quella di poter registrare in uno dei migliori studi d’Italia (il Trafalgar), avendo come tecnico del suono Gaetano Ria, uno che aveva registrato album storici con Battisti, PFM, Venditti e tanti altri…
1981/82
Dopo aver trovato un cantante inglese (Ricky, ballerino di passaggio a Roma), tra l’80 e l’81 registrammo, sempre al Trafalgar, tutto l’album intitolato “Europe” che venne pubblicato a metà dell’82, preceduto da un 45 giri con “Don’t let them die” al lato A e “Queen bee” al B.
Si trattava di brani non semplici da eseguire e, anche se possono non piacere, a distanza di tempo risultano non banali armonicamente. Erano tutte composizioni di Stefano il quale mi dava comunque molto spazio, c’erano molte chitarre elettriche e acustiche, insomma lavoravo molto in sovraincisione…Solo, c’erano anche troppe tastiere e troppi cori per i miei gusti, non c’era un attimo di tregua nei pezzi che, e non solo a me, risultavano troppo pieni…
Seguì una intensa promozione televisiva (Discoring, Domenica In, Fresco Fresco per una settimana intera) e interviste; non altrettanto buona fu però la distribuzione, anzi fu pessima. Il disco non decollò e man mano vennero fuori dei problemi, c’era insoddisfazione e mancavano idee chiare su quello che si voleva continuare a suonare.
Per quanto mi riguardava, ad esempio, all’epoca sentivo tutt’altro tipo di musica, chitarristi come Pat Metheny, McLauglin, ecc. e mi sentivo quindi sempre più a disagio con la musica degli Europe, proiettata verso un progetto da rock star che non era il mio, un progetto ambizioso ma un po’ confuso perché infarcito di troppi riferimenti: hard rock, pop, progressivo…
In poche parole, un po’ per la stanchezza (nello stesso periodo mi ero anche laureato), un pò per motivi di incompatibilità musicali e caratteriali, il gruppo si divise. Stefano continuò con il marchio Europe con un altro musicista seguendo la strada “dance” anni ’80 fino a quando comparvero gli Europe svedesi che, a quanto mi risulta, dovettero accordarsi con lui per diventare i proprietari unici del “marchio”.
Rimasi in contatto solo con Joe e Marco, ma nell’83 dovetti partire militare.
1983/87 (Modem – Venditti – Scialpi)
Mentre ancora facevo il militare, fondai insieme a Joe i Modem, cui si aggiunse un bassista di Bologna, Max Turone. Mi piace ricordare anche alcune prove che facemmo, prima di trovare Max, con un bravo bassista di Cb, Salvatore Cocca “u’ rusc”, ma non se ne fece nulla.
Cercavamo una nostra strada, suonando tantissimo e registrando provini su provini. Alla fine ci autoproducemmo un singolo (New town) che servì più che altro da biglietto da visita per entrare nel giro di Roma. Infatti, grazie anche ai contatti con l’ex tastierista degli Europe, cominciammo a partecipare a diverse registrazioni (quasi sempre al Trafalgar) per artisti più o meno conosciuti o per balletti televisivi (ad es. per Heather Parisi). Apparimmo tra l’altro anche in una serata televisiva con Baudo per accompagnare un certo Manuel, allora il ballerino preferito della Parisi.
Nel 1986, infine, le esperienze più importanti: Venditti e Scialpi.
Con Venditti e l’onnipresente Gaetano Ria lavorammo dapprima alle musiche per il film “Troppo forte” di Verdone, in cui io suonai con l’acustica il tema principale del film “Love theme blues”. Sono ancora molto soddisfatto di quel brano suonato in diretta con il piano di Colucci, anche perché doveva essere un semplice provino, invece poi Venditti e il produttore (Colombini) decisero di inserirlo così com’era venuto nel disco, aggiungendo il mio nome sulla copertina.
La collaborazione con Venditti continuò con la preparazione dei provini dei brani che sarebbero stati inseriti nel nuovo album “Venditti e segreti”. Insieme a noi dei Modem e a Colucci, suonava allora anche Mario Schilirò che sarebbe poi diventato il chitarrista di Zucchero (lo è tuttora).
Nel frattempo avevamo preso accordi per realizzare la sezione ritmica dei brani del nuovo album di Scialpi, i cui arrangiamenti sarebbero stati curati da Colucci. Fu l’occasione per frequentare gli storici stabilimenti della RCA, oggi non più esistenti, e per conoscere Franco Migliacci, all’epoca produttore di Scialpi. Il brano principale, che fu poi presentato a Sanremo, era “No East, no West”.
Con Scialpi la collaborazione continuò per un pò, facemmo delle prove per suonare dal vivo i suoi brani poi eseguiti in diretta in una trasmissione televisiva, di cui non ricordo il nome. Tra l’altro ho ritrovato una di queste registrazioni su YouTube (vedi foto, sono quello con la strato bianca).
Dopo queste esperienze, comunque interessanti, decisi di limitare man mano gli impegni da professionista della chitarra, un po’ per motivi economici, un pò perchè non mi soddisfaceva la prospettiva di un futuro da turnista, con tutto il rispetto per quegli ottimi musicisti che lo fanno egregiamente. Solo che io non mi ci ritrovavo e cominciai quindi a cercare lavoro come architetto, professione che svolgo dal 1987.
Dall’88 ad oggi
Da allora, continuai a registrare (sempre meno) in diversi brani di Joe, poi tragicamente scomparso nel 1998, suonando per un breve periodo con Donato Cimaglia e Nicola Cordisco a Campobasso, ma sostanzialmente negli anni mi sono sempre più abituato a suonare da solo, divertendomi ad arrangiare cover e componendo brani miei solo per chitarra acustica, approfondendo lo studio del fingerpicking. Nel ‘93 ho eseguito da solo alcuni miei brani e cover in occasione di una mostra di Luciano Perrotta, al Blu Note, il locale vicino Campobasso.
Le mie ultime esibizioni dal vivo risalgono comunque a più di 12-13 anni fa, quando suonai in più occasioni a Roma con Stefano Sabelli, che aveva appena vinto il Premio Scena Aperta promosso dall’Ass.to alla Cultura di Roma, con pubblicazione di CD di sue canzoni, ed aveva inoltre composto la colonna sonora del film “Ladri di cinema”. Questa esperienza fu divertente anche perché mi permise di suonare con diversi musicisti, tra i quali Max Gazzè (grande bassista ma allora sconosciuto), il grande fisarmonicista Gianni Coscia e l’allora sassofonista degli Avion Travel, Peppe D’Argenzio.
Da allora ho continuato a suonare da solo, divertendomi comunque, perché la chitarra è una malattia benigna che ho trasmesso ai miei nipoti (Luca, chitarra della “Via d’Uscita” e l’ancora acerbo bassista Dario) e a mio figlio, che da poco è caduto fatalmente nella rete che gli avevo preparato fin da piccolo. Ho aspettato pazientemente, senza mai insistere, facendogli vedere e ascoltare le mie belle chitarre (Gibson, Strato e Ovation) e soprattutto facendogli sentire di tutto, dagli Zeppelin a Bill Frisell, da Paolo Conte a Django Reinhardt passando per Ry Cooder e finendo a Ben Harper…ovviamento privilegiando il repertorio chitarristico.
E adesso è andato pure lui…gli ho regalato una Telecaster…buon divertimento anche a lui.
Mimmo Fasano




