17 Settembre 2009 di Charles N. Papa
Marco Caldoro, in tv in “Don Matteo” e al cinema con Moccia, si confida
CAMPOBASSO – Sono tanti gli attori di teatro e tv che, dal Molise, vanno a comporre il mosaico del mondo dello spettacolo. L’indagine pubblicata ieri sul censimento dei teatri chiusi in Italia (di cui 4 in Molise) curata dall’associazione “Teatriaperti” di Palermo, ha fatto scattare in molti operatori del settore, rabbia e considerazioni anche abbastanza forti. Marco Caldoro, attore campobassano, ora in tv in una puntata di “Don Matteo” con Terence Hill e al cinema con il film di Federico Moccia “Scusa ma ti voglio sposare”, si esprime senza mezzi termini. Qual’è il tuo pensiero riguardo a tanti teatri chiusi in Italia? “Il problema delle sale chiuse, di sale che vengono convertite in supermercati oppure in centri commerciali, gli agorà del nostro tempo, dove al limite si confrontano i prezzi invece delle idee, è vecchio come la storia che il teatro è in crisi. È pur vero che chi opera in questo mondo sa benissimo che un teatro senza i finanziamenti pubblici non può farcela a sopravvivere, e sua emittenza ci insegna quotidianamente che si fanno più soldi a vendere la maionese che una merce per “pochi” come la cultura”. Quanto incide sul territorio la cultura del teatro? “Non spetta a me ricordare (soprattutto in questo momento) quanto sia importante per uno stato democartico, la cultura, quanto arricchisca i propri cittadini e se stesso; senza la cultura ci si imbarbarisce, si comincia (o ricomincia) ad odiare un proprio fratello (in senso cristiano) solo perché magari ha la pelle di un altro colore. Senza il teatro viene a mancare il contatto con se stessi, una conoscenza più profonda dei nostri difetti ,delle nostre paure, che tanto detestiamo negli altri. La vera grande colpa del teatro è quella di essere un investimento senza rendita diretta, come lo spaccio per intenderci, la colpa di aprire le menti delle persone”. Cosa provi a vedere un taetro chiuso? “Vedere un teatro chiuso, mi stringe il cuore, perché rappresenta un’altra occasione persa di riscattare una società in rotta; ovviamente un teatro chiuso rappresenta anche un’occasione di lavoro in meno, non solo per un attore, ma per quella miriade di persone che gravitano intorno ad un teatro. Si pensi agli elettricisti del teatro, ai fonici, agli scenografi,ai costumisti,ai macchinisti, che lavorano in un teatro, per non parlare delle piccole imprese produttive che mandano i propri spettacoli in giro per il mondo, ecco, tutte professionalità sprecate, magari impiegate dietro una cassa di supermercato oppure in catena di montaggio in fabbrica. Ma com’è il mestiere dell’attore? “Purtroppo il clientelismo, il nepotismo che impera in tutti i settori professionali di questa povera italietta, nello spettacolo trova una manifestazione esponenziale”.
FABRIZIO BRIENZA
NEW YORK – “Che squallore, l’Italia è diventata un paese del terzo mondo, questa è la verità. Io sono contento di vivere e lavorare in America anche se qui, devi avere gli attributi per lavorare con costanza e professionalità. Il pressapochismo dell’italietta che ho lasciato non mi manca. Lì se non sei il figlio di non conti. Che tristezza. L’Italia è il paese più invidiato del mondo e gli italiani sono quelli che meno credono a questo. Peccato perchè tutti vorrebbero essere italiani. Spero che tutto ciò cambi”.
ARMANDO PIZZUTI
CARPINONE – “L’anno scorso è stato presentato il censimento dei teatri chiusi in Italia a cura di Guarino, Giambrone e Angeli. Da quanto ho potuto capire si tratta di 428 spazi negati alla fruizione e, di fatto, riapribili. Questi spazi sono sicuramente una risorsa importante soprattutto se si considera la crescita, anche se contenuta, del pubblico teatrale e la ben nota quantità di artisti e gruppi di artisti che potrebbero avere maggiori possibilità e libertà nel trovare luoghi deputati ai loro lavori. I 428 teatri chiusi rappresentano bene la condizione della cultura nel nostro paese: l’Italia possiede notevoli risorse non sfruttate o sfruttate male anche a causa di sistemi ignoranti, vecchi, indifferenti a questo settore. Il teatro è uno degli ambiti culturali più penalizzati. E i tagli al FUS previsti da questo governo, di certo, non aiutano”.
MAURIZIO SANTILLI
VENAFRO – “Purtroppo è un problema italiano, siamo un paese che non produce cultura, che non investe nel cinema. Da noi si taglia il Fus ma la colpa va distribuita a tutti, anche agli attori. Io ho girato dieci anni i teatri romani, molti attori non osano, il botteghino è sovrano sulla scelta degli spettacoli. La cultura invece ha bisogno di chi osa, altrimenti è tagliata dall’appiattimento. La scena culturale italiana è un pò lo specchio del paese, come la scuola, con tutti i suoi problemi, anche il teatro per sopravvivere ha bisogno di soldi. Insomma la cultura oggi si paga. Ma credo che sia anche un problema di comunicazione. Oggi la rete ha inibito la comunicazione vera, quella verbale che mette tutti in relazione”.




